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I FIORI DI MONET


«Io devo forse ai fiori l’essere diventato pittore»   Claude Monet

Claude-Oscar Monet (Parigi, 14 novembre 1840 – Giverny, 5 dicembre 1926), pittore francese considerato uno dei fondatori dell’impressionismo e certamente il più prolifico del movimento, si distingue presto per la rappresentazione immediata  dei soggetti, in particolare nell’ambito della paesaggistica e della pittura en plein air.

Dopo un soggiorno a Londra, la sua carriera ebbe una svolta con la mostra del 1874.

Nel 1883 si trasferì a Giverny, in Normandia, dove restò fino alla sua morte nel 1926.

Impressione – levar del sole

1872

Durante un soggiorno a Bordighera, in Liguria, nel gennaio 1884, ecco cosa scrisse di quei luoghi:

«Cara Alice, oggi ho lavorato duro: cinque tele e domani conto di iniziare la sesta. Procede dunque abbastanza bene, anche se è tutto assai difficile da realizzare: queste palme mi fanno dannare e poi i motivi sono estremamente difficili da ritrarre, da mettere sulla tela. Qui è talmente folto dappertutto. … È delizioso da vedere. Si può passeggiare indefinibilmente sotto le palme, gli aranci, i limoni e gli splendidi ulivi, ma quando si cercano dei soggetti è molto difficile. Vorrei fare degli aranci che si stagliano sul mare azzurro, ma non sono ancora riuscito a trovarne come voglio. Quanto al blu del mare e del cielo, riprodurlo è impossibile. Comunque, ogni giorno aggiungo e scopro qualcosa che prima non avevo saputo vedere. Questi luoghi sembrano fatti apposta per la pittura en plein air. Mi sento particolarmente eccitato da quest’esperienza e, dunque, penso di tornare a Giverny più tardi del previsto, anche se la vostra assenza disturba la mia serenità»

Claude Monet


A Giverny,  il pittore ebbe l’opportunità di coronare il suo sogno acquatico ed intraprese l’allestimento di un giardino con emerocalle, iris sbircia, iris di Virginia, bulbi, alberi di salice e molte altre piante. Particolarmente significativa per Monet fu l’apertura di un piccolo bacino fluviale colmo di ninfee, piante ornamentali che galleggiano sull’acqua rigenerandosi senza sosta, attraversabile con l’ausilio di un piccolo ponte di legno in stile giapponese che ne collega tuttora gli argini e circondato da un vero e proprio tripudio floreale: le rose, gli iris, i tulipani, le campanule, i gladioli, i glicini e i salici piangenti erano solo alcune delle tante specie vegetali che ancor oggi fanno da cornice allo stagno in cui si trovano ninfee e giochi d'acqua.


Di questo giardino ecco cosa scrisse Marcel Proust:

«[…] giacché il colore che creava in sottofondo ai fiori era più prezioso, più commovente di quello stesso dei fiori; e sia che facesse scintillare sotto le ninfee, nel pomeriggio, il caleidoscopio di una felicità attenta, mobile e silenziosa, sia che si colmasse verso sera, come certi porti lontani, del rosa sognante del tramonto, tramutando di continuo per rimanere sempre in accordo, intorno alle corolle dalle tinte più stabili, con quel che c’è di più profondo, di più fuggevole, di più misterioso – con quel che c’è d’infinito – nell’ora, sembrava che li avesse fatti fiorire in pieno cielo […] Fiori di terra e anche fiori di acqua, queste tenere ninfee che il Maestro ha dipinto in tele sublimi […] sono come un primo, delizioso abbozzo di vita»  

(Marcel Proust)

Caterina Carloni




YOGA ED EQUANIMITA'

Non esiste una vita perfetta, senza sofferenza, senza problemi o insoddisfazioni.

Non esiste la formula della felicità perenne.

Esiste però un’attitudine artistica a creare il bello, l’interessante e il logico danzando tra gli angusti confini del vivere e l’infinito appena sopra le nostre teste (psicologiarivoluzionaria.com).

E questa attitudine si può allenare e migliorare costantemente. Come disse Gandhi, “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia.”

Una vita piena presuppone l’acquisizione di una visione libera, profonda e ampia del senso delle cose. E il coraggio per sostenere e onorare i propri sogni.

Caterina Carloni


HO CONOSCIUTO IL SILENZIO

Chissà perché, é nella purezza del Silenzio che molti autori hanno trovato la giusta ispirazione per comporre opere di incomparabile bellezza, come la splendida poesia di Edgar Lee Masters Ho conosciuto il silenzio.

Ho conosciuto il silenzio

Edgar Lee Masters

Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare

e il silenzio della città quando si placa
e il silenzio di un uomo e di una vergine
e il silenzio con cui soltanto la musica trova linguaggio.
Il silenzio dei boschi
prima che sorga il vento di primavera
e il silenzio dei malati quando girano gli occhi per la stanza,
e chiedo per le cose profonde a che serve il linguaggio.

Un animale nei campi geme una o due volte
quando la morte coglie i suoi piccoli;
noi siamo senza voce di fronte alla realtà.
Noi non sappiamo parlare.

Un ragazzo curioso domanda a un vecchio soldato
seduto davanti la drogheria
Come hai perduto la gamba?
e il vecchio soldato è colpito dal silenzio e poi gli dice
Me l’ha mangiata un orso.
E il ragazzo stupisce,
mentre il vecchio soldato, muto,
rivive come in sogno
le vampe dei fucili
il tuono del cannone
le grida dei colpiti a morte
e sé stesso disteso al suolo
i chirurghi dell’ospedale
i ferri
i lunghi giorni di letto.
Ma se sapesse descrivere ogni cosa sarebbe un artista,
ma se fosse un artista
vi sarebbero ferite più profonde
che non saprebbe descrivere.

C’è il silenzio di un grande odio
e il silenzio di un grande amore
e il silenzio di una profonda pace dell’anima
e il silenzio di un’amicizia avvelenata.
C’è il silenzio di una crisi spirituale
attraverso la quale l’anima, sottilmente tormentata,
giunge con visioni inesprimibili
in un regno di vita più alta,
e il silenzio degli dèi che si capiscono senza parlare.
C’è il silenzio della sconfitta
c’è il silenzio di coloro che sono ingiustamente puniti
e il silenzio del morente, la cui mano stringe subitamente la vostra.
C’è il silenzio tra padre e figlio,
quando il padre non sa spiegare la sua vita, sebbene in tal modo
non trovi giustizia.
C’è il silenzio che interviene fra il marito e la moglie
c’è il silenzio dei falliti
e il vasto silenzio che copre le nazioni disfatte e i condottieri vinti.
C’è il silenzio di Lincoln, che pensa alla povertà della sua giovinezza
e il silenzio di Napoleone dopo Waterloo
e il silenzio di Giovanna d’Arco
che dice tra le fiamme
Gesù benedetto
rivelando in due parole ogni dolore, ogni speranza.
C’è il silenzio dei vecchi,
troppo carichi di saggezza
perché la lingua possa esprimerla
in parole intelligibili
a coloro che non hanno vissuto la grande parabola della vita.

E c’è il silenzio dei morti.
Se noi che siamo vivi non sappiamo parlare di profonde esperienze,
perché vi stupite che i morti non vi parlino della morte?
Quando li avremo raggiunti
il loro silenzio avrà spiegazione.

Libro: Antologia di Spoon River, E.L.Masters

Caterina Carloni