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AMBITI D’INTERVENTO:

Ansia e attacchi di panico

L’ansia è uno stato di agitazione psichica dovuto ad una risposta abnorme a situazioni percepite come pericolose. La risposta di allerta è immotivata rispetto alla reale pericolosità dell’evento, che può essere anche soltanto immaginato o anticipato nella propria mente. Spesso la persona non riesce a riferire la propria ansia a una specifica causa. Essa si può manifestare in diverse forme che vanno da un semplice stato di tensione psichica agli attacchi di panico veri e propri.

Nel fenomeno dell’ansia convivono due poli in apparenza opposti: la vita che vuole proteggere se stessa (con lo stato di allerta) e la vita che vuole prorompere (con l’intensità del sintomo).

Questi due aspetti sono inseparabili.

Quando l’ansia esprime perlopiù uno stato di allerta, vuol dire che qualcosa viene sentito minaccioso per la propria persona – sia in senso fisico che psichico – oppure per i propri cari. Può trattarsi di eventi reali (per esempio l’attesa di un esame diagnostico, un importante incontro di lavoro, il ritardo di un figlio nel rientrare a casa), ma anche solo immaginati o anticipati mentalmente (per esempio, pensare a ciò che potrebbe succedere in un viaggio ancora da compiere).

L’intensità dell’ansia in questi casi è fortemente influenzata dall’importanza che viene data a tali eventi, e può quindi variare da persona a persona: uno stesso evento può produrre uno stato di gestibile inquietudine, oppure diventare emotivamente insostenibile. Matrice comune resta comunque un eccesso di preoccupazione rispetto alla reale portata della situazione. Lo stato di allerta può essere riferito anche a pericoli interiori: segnala che c’è qualcosa in quel contesto, rapporto o stile di vita, che è dannoso per la vera natura della persona che lo sta vivendo.

Quando l’ansia esprime prevalentemente un’affermazione dell’energia vitale, vuol dire che da un po’ di tempo la persone che ne soffre  non sta vivendo parti autentiche di sé, che restano compresse fino a una soglia oltre la quale scatta l’allarme, e al contempo si verifica la “tracimazione” (qui si comprende come i due poli siano opposti solo in apparenza). In tal senso l’ansia raccoglie nella stessa sintomatologia lo sfogo di accumuli energetici di differente natura: sessuale, fisica, creativa, spirituale, tutti accomunati dalla difficoltà a lasciar fluire liberamente la propria forza vitale e il talento personale, cioè la propria unicità.

Il trattamento dell’ansia e degli stati di panico varia da persona a persona a seconda della sintomatologia prevalente. In genere, assecondare le spinte all’autorealizzazione e all’espressione creativa di sé costituisce la modalità terapeutica ottimale.

Disturbi psicosomatici

Due sono le accezioni della parola “psicosomatica”.

In senso ristretto, con questo termine si intende quella branca della medicina che si occupa di disturbi organici che, non rivelando alla base una lesione anatomica o un difetto funzionale, sono riconducibili ad un’origine psicologica.

In un’accezione più ampia, invece, la psicosomatica rimanda ad una visione olistica che considera l’uomo un’unità in cui la malattia si manifesta a livello organico come sintomo e a livello psicologico come disagio.

La medicina psicosomatica è quindi sinonimo, in questa seconda e più esatta accezione, di medicina totale, di “comprehensive medicine”, come è in uso nella letteratura americana.

La Psicosomatica è, in sostanza, l’arte e la scienza di curare l’essere umano come totalità.

Il suo scopo è favorire lo sviluppo di una nuova e differente consapevolezza della vita e della malattia. Il sintomo diventa così uno strumento di crescita, la malattia un’esperienza necessaria all’evoluzione, il disturbo fisico un simbolo che apre la strada a nuovi significati esistenziali, riavvicinando l’essere umano a sé stesso e riportandolo sul proprio cammino evolutivo.

Salute ed evoluzione, infatti, sono due aspetti della stessa realtà: la stessa fonte vitale che genera la malattia quando viene negata, può espandersi con gioia nella vita e nella coscienza quando viene accolta  e riconosciuta.

In questa prospettiva, il sintomo di cui il paziente soffre non è mai davvero il suo problema, ma il segnale di quel problema.  La malattia costituisce perciò una risorsa da utilizzare, una preziosa alleata della nostra naturale tendenza ad evolvere.

Una forma depressiva diventa allora una crisi che vuole farci rinascere, l’ansia la vita che cerca spazio per emergere, l’attacco di panico l’energia vitale che prorompe, la psoriasi la corazza delle emozioni bloccate, l’asma la paura di perdere gli affetti, l’aritmia cardiaca segnala il bisogno di vivere ad un ritmo diverso e la colite la necessità di liberarsi dai pensieri sporchi.

La malattia si configura quindi come  manifestazione simbolica di un disagio del nostro sé: i simboli, le metafore e le analogie sono le chiavi di lettura per comprendere l’origine del disagio stesso, anche nelle più complesse situazioni patologiche.

Occorre pertanto superare la lettura riduzionista che vede il sintomo solo come un ostacolo da abbattere sulla via della guarigione ma riconoscere che la malattia è un fatto essenziale e ineliminabile della nostra vita: essa rappresenta un momento flessibile in cui la salute può ridisegnarsi verso un nuovo equilibrio.

Depressione

La depressione consiste in una flessione marcata del tono dell’umore per la maggior parte della giornata, per un periodo che può andare da un minimo di due settimane a molti mesi, talvolta anni. Nella crisi possono presentarsi alcuni, o tutti, fra i seguenti sintomi: forte calo di interesse o piacere per molte o tutte le attività consuete; perdita o aumento dell’appetito e del peso; disturbi del sonno; agitazione o rallentamento psicomotorio; facilità a stancarsi; sensi di colpa inappropriati; ridotta capacità di attenzione; a volte pensieri ricorrenti di morte.

Può essere di tipo monopolare, in cui l’umore è persistentemente basso, oppure bipolare, in cui l’umore alterna fasi di euforia smodata (detta “mania”) a fasi di depressione vera e propria.

Le cause della depressione sono in genere di diverso tipo: esistenziale, affettivo-relazionale, biologico. Ognuno di noi può vivere una crisi depressiva nell’arco della vita, ma alcuni sono più predisposti di altri, sia per fattori genetici che relativi alla storia personale.

Di norma, ogni situazione che produce un senso di perdita (in ogni ambito) può innescare la crisi, se giunge in un momento di fragilità emotiva: ad esempio un lutto, il periodo dopo il parto, il pensionamento, la menopausa, il matrimonio di un figlio, una separazione, la perdita del lavoro, una malattia.

La crisi depressiva è al contempo sofferenza e – su un piano organico – alterazione chimica dei neurotrasmettitori. A livello esistenziale, però, è anche una risorsa del cervello che indica quando è il momento di cambiare, anche se noi non lo riconosciamo o cerchiamo di resistere.

Nella crisi depressiva siamo chiamati ad affrontare e vincere i nostri fantasmi interiori attingendo a capacità personali sconosciute, in modo da diventare persone nuove, più padrone di noi stesse e della nostra esistenza.

Rimedi. Quando è possibile, è meglio evitare di ricorrere agli psicofarmaci come unica soluzione. È importante, invece, non cercare di reagire a tutti i costi per dimostrare che si sta bene o per senso del dovere: meglio accettare per qualche giorno di fare ciò che la depressione sta chiedendo: chiudersi nel proprio bozzolo protettivo, fermarsi, stare in silenzio, non svolgere tutte le consuete attività, non fare vita sociale; vivere per qualche tempo in piena passività, accettando completamente e senza paura questa situazione che è stata fortemente suggerita dal proprio cervello. Se si riesce a farlo senza opporsi, dopo qualche giorno, al massimo una decina, una nuova energia si risveglierà: la prima volta che si sente la voglia di fare qualcosa – anche minima – sarà l’inizio della guarigione. Nei giorni di chiusura bisogna resistere al senso di colpa e alle insistenze di chi, volendoci bene, ci vorrebbe vedere reagire.

Rispettando questo atteggiamento compariranno pensieri totalmente nuovi su noi stessi e sul futuro.

Stress

Lo stress è uno stato di maggiore attivazione dell’organismo rispetto alla norma, come risposta di adattamento a situazioni e contesti percepiti come problematici o pericolosi. Lo stress può essere acuto o cronico, e il suo perdurare nel tempo può portare a sintomi psicofisici e predisporre all’insorgenza di alcune malattie, tra cui in particolare quelle gastroenteriche e cardiovascolari.

Benché esista uno stato di stress naturale causato dalla minaccia, per esempio, di una grave malattia, la maggior parte delle fonti di stress “patologico” sono: la paura del giudizio; il timore di non farcela e che le cose vadano male; la paura degli imprevisti, che aumenta il già presente bisogno di ipercontrollo. Sullo sfondo, il fantasma di un disastro economico, di una separazione, di una perdita.

I sintomi psicofisici che accompagnano in genere uno stato di stress sono: ansia, attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, tic, tensione muscolare, cefalea, gastrite, ipertensione, colite, dermatite, stanchezza cronica.

Le sorgenti di stress sono così numerose e variegate da richiedere soluzioni specifiche. Tuttavia, un primo e valido aiuto, in tutte le circostanze, può venire dalla capacità di riconoscere che siamo stressati. In una vita frenetica come quella odierna non siamo infatti abituati ad ascoltarci e, spesso, dobbiamo aspettare sintomi talvolta anche seri per cominciare a pensare un po’ di più a noi stessi.

Il rilassamento, favorito da tecniche specifiche come lo yoga o la distensione immaginativa, potrebbe aiutare a focalizzare la situazione e iniziare un percorso utile ad uscire dallo stress.

Dipendenze

La dipendenza consiste in un rapporto distorto con un’altra persona, con un’attività, oppure con un luogo o una cosa. Il rapporto di dipendenza, soprattutto se intenso e radicato, nel tempo può produrre modificazioni dell’umore e incidere sulle relazioni interpersonali, producendo patologie psicosomatiche tra cui ansia, stress, insonnia, attacchi di panico e depressione.

Il ventaglio delle dipendenze è ampio, e si suddivide tra dipendenze comportamentali e dipendenze collegate al consumo o all’abuso di determinate sostanze. Tra le prime rientrano le dipendenze affettive, le dipendenze sessuali, quelle da lavoro, shopping, gioco d’azzardo, e le più moderne dipendenze da “overdose” televisiva, videogiochi, internet, comunicazione via cellulare, social o e-mail. Al gruppo delle dipende comportamentali appartiene anche la tendenza maniacale a consultare maghi e cartomanti prima di affrontare anche la decisione più banale.

Le dipendenze da sostanze spaziano invece dal fumo all’alcol, dal caffè al cibo, che, se consumato in maniera abnorme e compulsiva, dà luogo ad una specifica patologia nota col nome di bulimia. Esistono poi le dipendenze da droghe e stupefacenti (tran cui eroina, cocaina, cannabis, ecstasy, anfetamine, e allucinogeni), diffuse soprattutto nel mondo giovanile, e infine le dipendenze da psicofarmaci.

La dipendenza avvelena e impoverisce la nostra esistenza fino a diventarne la padrona assoluta. Si manifesta in genere in due fasi: la sensazione di astinenza, che compare quando si è costretti a fare a meno di un certo comportamento o di una certa sostanza; il cosiddetto “craving”, cioè quell’irrefrenabile desiderio di soddisfare a tutti i costi il bisogno che è alla base della dipendenza. In molti casi la sequenza si conclude con l’emersione di sentimenti di vergogna e sensi di colpa.

Tra le cause scatenanti di una dipendenza c’è prima di tutto una profonda insicurezza, che spinge a cercare appigli al di fuori di noi stessi, e un eccesso di pensiero che comporta un’inutile dispersione di energia e un continuo “girare a vuoto” tra ansie e aspettative.

La terapia va scelta sulla base della specificità del disagio e dovrà puntare ad aumentare i livelli di consapevolezza e a fortificare la centratura sul qui ed ora. Utili tutte le tecniche espressivo-creative delle emozioni e anche l’apprendimento di metodi di concentrazione e meditazione.

Elaborazione del lutto

Il lutto è lo stato psicologico che consegue alla perdita di qualcosa o qualcuno che è stato parte integrante della nostra vita. Sebbene il lutto per antonomasia sia la morte di una persona cara, altri eventi possono produrlo: una separazione di coppia, un’obbligata lontananza geografica, l’abbandono di un luogo significativo, il venir meno di un progetto o di un’aspettativa, la perdita di un ruolo che dava “identità” (per esempio un licenziamento) o dell’immagine sociale.

La persona, fortemente identificata nell’”oggetto” perduto, può uscire dal lutto solo attraverso un’elaborazione psichica (Freud lo chiamava “lavoro del lutto”) che avviene in genere in tre fasi: il diniego, cioè il rifiuto che l’evento sia accaduto; l’accettazione, in cui la perdita viene ammessa a sé stessi; il distacco, con la ripresa del vivere e l’incontro con nuove realtà.

In questi casi non bisogna reprimere i sentimenti: meglio sfogare le emozioni, anche se possono assumere una forma intensa come il pianto, le grida, la ricerca di un contatto fisico con altre persone.

Il dolore che il lutto porta inevitabilmente con sé non è un fatto patologico: è un evento naturale e va riconosciuto per quello che è, e, poco alla volta, integrato nell’esistenza quotidiana.

La durata di questa fase è variabile e può essere utile farsi aiutare da uno psicologo o psicologa che faciliti l’elaborazione della perdita.

Disordini alimentari

Il cibo, sinonimo di alimento e nutrimento, indica tutto ciò che si mangia per soddisfare un bisogno non solo fisiologico, ma anche psicologico. All’origine della fame, infatti, non ci sono solo motivazioni di tipo organico (riduzione ed esaurimento delle sostanze nutritive dell’organismo e necessità di reintegrarle ai fini della sopravvivenza), ma anche di natura psichica, in quanto il cibo viene spesso vissuto come alternativa a un piacere mancante. Non a caso, molte delle disfunzioni alimentari oggi conosciute traggono origine da un rapporto distorto con il cibo che, a seconda della patologia, può essere ricercato in modo abnorme e compulsivo, come nella bulimia e negli attacchi di fame nervosa, che hanno come conseguenza sovrappeso e obesità, oppure totalmente rifiutato, come nell’anoressia.

Le diete non servono a molto, se non sono accompagnate da una trasformazione radicale delle abitudini e dell’atteggiamento che abbiamo nei confronti del godimento della vita.

Esse assomigliano a buoni propositi che ci mettono ancora più in gabbia e ci costringono a seguire imposizioni che finiscono con lo schiacciare i nostri desideri, la nostra voglia di vivere, l’espressione naturale della nostra personalità.

Il cibo è una fonte di piacere, ma per esserlo veramente non può essere considerato un succedaneo dell’eros e della creatività che non viviamo.

Nei percorsi terapeutici volti al superamento di un disturbo alimentare è sempre perciò consigliabile affiancare alla dieta medica un programma psicologico che riscopra e valorizzi le risorse creative della persona. Ottimi i corsi di arteterapia, tenere un diario e coltivare le proprie passioni.